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20/11/2019

Pompei e Santorini: l’eternità in un giorno

Si sono aperte l’11 Ottobre le porte della mostra Pompei e Santorini: l'eternità in un giorno, visitabile presso le Scuderie del Quirinale sino al prossimo 6 Gennaio.

Pompei e Santorini - o meglio Akrotiri, l’antica città a sud dell’isola che un tempo aveva nome Thera - diventano oggetto di un percorso che lega strettamente le due vicende, unite dalla improvvisa catastrofe che le ha consegnate intatte alla storia. 

Distrutte dalle più potenti eruzioni vulcaniche di cui si abbia traccia nella storia antica del mondo occidentale, Pompei e Akrotiri restituiscono la visione dell’ultimo istante di vita di due grandi civiltà, sommerse dalle polveri a quasi duemila anni di distanza una dall’altra.

La mostra allestita presso le Scuderie del Quirinale espone ricostruzioni, preziosi reperti ed interpretazioni moderne che legano passato e presente in un percorso che parla della fine improvvisa di un tempo rimasto eterno istante nella storia dell’umanità. 

La storia

Akrotiri era una fiorente città portuale a sud dell’isola di Thera; venne cancellata, nel 1628 a. C., da oltre cinque metri di ceneri vulcaniche, a seguito di un’eruzione che la distrusse completamente, coinvolgendo anche le isole vicine.

L’eruzione che colpì Akrotiri fu così devastante che ci vollero almeno due secoli prima che l’isola tornasse ad essere abitata, ma abbastanza prevedibile da permettere alla popolazione - allora intenta a ricostruire gli edifici danneggiati dai terremoti che anticipavano la sciagura finale - di fuggire, portando con sé gli oggetti più preziosi.

Restano intatti a guardia della civiltà minoica di Thera interi edifici, affreschi, vasi. Nessun corpo umano all’interno di un sito archeologico che oggi conta più di 40 edifici visitabili, sull’isola di Santorini. 

Emerse per la prima volta nel 1860 durante gli scavi per la costruzione del canale di Suez, le rovine di Akrotiri sono divenute oggetto di recupero archeologico soltanto negli anni Sessanta di questo secolo, grazie al lavoro del celebre archeologo greco Spyrid?n Marinatos. 

Oggi per la prima volta i reperti provenienti dalla città di Akrotiri varcano i confini greci per imbastire un delicato dialogo che si intreccia lungo le sale delle Scuderie del Quirinale: un dialogo aperto con la vicenda di Pompei e con le suggestioni che, in ogni epoca, hanno evocato il disastro come fine improvvisa e totale della civiltà.

La fine della capitale di Santorini ha molto in comune con il destino della città di Pompei,  completamente distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. e divenuta mito fondativo della civiltà occidentale già nel XIX secolo.

La scoperta di Pompei, nel 1748, fu centrale per lo sviluppo della cultura europea: fu dalle rovine di Pompei ed Ercolano che acquisì forma la teoria di arte neoclassica di Winckelmann, e fu dalla crescente notorietà degli scavi italiani che i letterati europei trassero il concetto di “età dell’oro” in associazione alla riscoperta civiltà greca. 

Le rovine di Pompei parlavano ai poeti e ai filosofi dell’Ottocento di quell’uomo che, nelle parole di Schiller, “era uno con se stesso e felice nel sentimento della propria umanità": un’umanità assai distante dall’anelito all’infinito che caratterizzava una modernità ormai informata della finitezza umana.

La riscoperta del volto di antiche civiltà come quella pompeiana lasciava altresì intuire ai teorici del neoclassicismo quella forma di “quieta grandezza” che costituiva l’immobile armonia ricercata dall’arte che si andava opponendo al tardo barocco settecentesco.

Un destino assai diverso da quello delle rovine di Akrotiri, sconosciute sino all’età contemporanea, ma che con quelle condivide una inusuale ricchezza: quella di consegnare ai nostri occhi l’istantanea dell’esatto momento in cui due civiltà sono state cancellate dalla storia degli uomini.

La mostra

L’esposizione Pompei e Santorini: l’eternità in un giorno è curata da Massimo Osanna, direttore generale del Parco Archeologico di Pompei, e Athanasoulis Demetrios, direttore dell'Eforia delle Antichità delle Cicladi. 

Le Scuderie del Quirinale diventano la scena di un viaggio nel tempo, che va dalla tarda età del Bronzo, in cui si sviluppò la civiltà minoica cancellata dall’eruzione del vulcano di Santorini, fino alle interpretazioni contemporanee dei due tragici eventi.

Le opere di artisti moderni e contemporanei come Turner, Guttuso e Warhol accompagnano lo svolgersi delle vicende antiche come visioni e suggestioni di una storia collettiva che attraversa le vicende umane più originarie.

Per la prima volta sono visitabili reperti mai esposti al pubblico, come la cassaforte della villa di Oplontis, da Thera, e l’ultimo ritrovamento di Pompei, il corpo scheletrico del fuggiasco emerso durante gli scavi del 2018 presso il cosiddetto Vicolo dei Balconi, da poco riportato alla luce.

La mostra si dipana tra arredi, pitture parietali, suppellettili che parlano di una città - quella di Akrotiri - dal gusto raffinato e dai costumi evoluti, in qualche misura assimilabili a quelli della colonia romana che venne sommersa dalla cenere quasi duemila anni dopo.

Due destini affini, che lasciano in eredità la ricchezza totalizzante di un istante impresso nel tempo ad opera del disastro naturale. 

La cenere ha rivelato intere scene di vita immodificate dal tempo, dipinti dai colori sgargianti, oggetti di uso comune di una civiltà vissuta più di duemila anni fa e che sono arrivate intatte sino ai nostri occhi, come un’istantanea. 

L’eredità dell’istante

Se Pompei è oggi il sito archeologico più importante del mondo, è anche poiché offre una visione totalmente inedita della storia antica: una città praticamente intatta, consegnata alla storia esattamente nel momento in cui veniva distrutta per sempre. 

I calchi di Pompei sono una delle scoperte archeologiche più celebri della storia occidentale: furono ottenute, attorno al 1863, colando della calce negli spazi vuoti che erano stati individuati sotto lo strato di cenere che coprì la città. I calchi risultati sono tra le testimonianze più crude del passato antico, in cui nulla del dramma rimane nascosto agli occhi dell’osservatore presente.

Si trattò allora di un modo nuovo di guardare alla storia antica, con gli occhi di un’umanità che sa riconoscersi nei volti intatti di molti secoli fa. 

A Thera non sono stati rinvenuti corpi, ma la sensazione di essere immersi in una storia che è per qualche verso presente è la medesima. Una sensazione di presenza che corre anche sulla superficie delle opere moderne e contemporanee che arricchiscono la mostra: le opere di Hirst, Valenciennes e Burri costituiscono, nell’intenzione dei curatori, un percorso quasi parallelo sulla fine delle due grandi civiltà di Pompei e Santorini.

L’esposizione rivela nel complesso  il carattere comune alle due antiche civiltà: più di trecento reperti tra manufatti, anfore, dipinti, affreschi e oggetti di uso comune che testimoniano dell’eternità di un istante lontano - lasciato intatto dal tempo.

Distanti più di 1700 anni una dall’altra, le due terribili catastrofi restano vivide nell’eredità che consegnano al mondo contemporaneo: i contorni di due civiltà che possiamo conoscere con inedita intensità, e che parlano con inusuale potenza di quanto resta dell’umanità dopo la sciagura. 



Il Catalogo Ufficiale della Mostra edito da L'Erma è disponibile per l'acquisto sulla seguente pagina Pompei e Santorini. L'eternità in un giorno

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